Cara Malattia

Parlare di malattia ci spaventa. Ascoltare storie come quella di Marta o di A., o di altri, ci fa rabbrividire, perché se da un lato vediamo tanta forza, e tanta voglia di vivere, dall’altro risveglia in noi la paura che ci accada qualcosa, in forma di malattia o di morte! Come riconciliarsi, dunque, con questa nostra paura? E, soprattutto, come non permettere a questa paura di sopraffarci, affinché anche noi possiamo ‘gustare’ (come abbiamo sentito nelle esperienze in ‘le vostre storie’) la vita?

“La malattia fa parte della salute come la morte della vita.

 (…) Così colui che osa riconoscere che malattia e morte sono compagne fedeli e inevitabili della propria esistenza si renderà presto conto che questo riconoscimento non porta affatto alla disperazione, ma scoprirà in esse dei saggi e disponibili amici che lo aiuteranno costantemente a trovare la sua vita, quella vera”. (Dethlefsen – ‘Malattia e destino’)

Non è forse questo, ciò abbiamo potuto leggere tra le righe, nell’esperienza di A. e di Marta? Mi capita spesso di incontrare persone ‘sane’ che vivono come se fossero morte, ma non lo sanno. Animano il proprio corpo portandolo a spasso per la città, ma non possiedono alcun alito di vita. Nessuno si senta giudicato. Non parlo per accusare, ma per dare al lettore la possibilità di interrogarsi sul fatto che a volte ci spaventa tanto la morte come evento naturale, ma non ci si rende conto che si può essere morti anche da vivi, cosa forse ancora più terribile! Ad altri capita, invece, di correre talmente tanto da perdere il senso di ciò che si fa. Il corpo è visto come una macchina! In entrambi i casi, se arriva un problema di salute, scatta un sentimento di paura, rabbia, risentimento…ma che potere abbiamo se ci mettiamo a lottare contro la malattia e la morte? Credo che, al di là della corrente filosofica che si abbracci, tutti potremmo concordare che non si può ‘lottare’ con le armi di fronte alla malattia e alla morte, ma ci si può solo accostare dolcemente, concedendosi momenti di disperazione e momenti di ripresa, dandosi la possibilità, lontano dal caos esteriore, di entrare il sé stessi e cullarsi, riscoprendo la propria identità profonda. Questo intende Dethlefsen parlando di malattia e morte come saggi e disponibili amici. Ma c’è un altro risvolto:

“(…) Essa (la malattia) è troppo leale perché possiamo amarla. La nostra vanità ci rende ciechi, tuttavia i nostri sintomi sono incorruttibili e ci costringono ad essere onesti. Con la loro semplice esistenza ci mostrano che cosa in realtà non va, che cosa ci manca, che cosa abbiamo fatto indebitamente, che cosa è nell’ombra, in attesa di realizzarsi; ci mostrano invece dove e perché siamo diventati unilaterali”. (Dethlefsen – ‘Malattia e destino’)

Allora potremmo dire che la malattia è una condanna! Come si può dire che è un’amica?…

“La malattia rende l’uomo sanabile. La malattia è il punto chiave, quello in cui è possibile trasformare lo stato di non-salute in stato di salute. Perché questo possa accadere, l’uomo deve smettere di lottare  e imparare invece che cosa ha da dirgli la malattia. Il paziente deve guardare dentro di sé ed entrare in comunicazione coi propri sintomi, se proprio vuole conoscerne il messaggio. Deve essere pronto a mettere in discussione tutto ciò che pensa di sé stesso e a integrare consapevolmente quello che il sintomo cerca di fargli capire a livello fisico. La guarigione è sempre collegata ad una dilatazione di coscienza e ad una maturazione”.  (Dethlefsen – ‘Malattia e destino’)

È soprattutto su quest’ultimo passaggio che mi vorrei soffermare, in quanto riabilitatrice. Quando un paziente si affida a me per un qualsiasi disturbo, il mio sguardo è diretto a 360° su tutto ciò che riguarda la sua vita. E le varie problematiche non sono mai casuali. Se un pz arriva con un senso di nodo alla gola e con una disfonia importante, è certamente perché c’è una difficoltà nel passaggio da ciò che c’è in basso (corpo) a ciò che sta in alto (mente). Dunque lavorerò sul rilassamento, sulla respirazione e sull’impostazione della voce, ma dovremo anche capire insieme dove e perché si è instaurato questo blocco. Questo aprirà al paziente delle prospettive, ed il trattamento logopedico sarà un’occasione di conoscenza profonda di sé.

Certamente un terapeuta, senza la disponibilità totale del paziente, non ha potere di fare nulla! Concordo pienamente con Dethlefsen nel dire che la guarigione è sempre collegata ad una presa di coscienza e ad una maturazione. Ancora una volta insisto nel dire che il terapista è colui che deve condurre il paziente a questa autoconsapevolezza. Le tecniche riabilitative non sono ‘la soluzione’ al problema, ma solo ‘lo strumento’ che conduce la persona a sé stessa. Dunque la relazione fra paziente e terapista diventa come l’incastro di un puzzle; il terapista è colui che plasma il suo sapere per andarsi ad incastrare sulla persona che gli si è affidata.

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