Il valore del corpo

Recentemente mi è capitato fra le mani uno scritto di Monsignor Santo Marcianò sul valore del corpo nell’antropologia cristiana (Cosenza, 2007). Ho trovato in esso degli ottimi spunti che ben si sposano con ciò che finora è stato detto rispetto alla malattia.

“Occorre ritrovare proprio il significato del corpo, il valore del corpo, il ‘mistero’ del corpo. Occorre, per meglio dire, ritrovare il valore del corpo all’interno di quel ‘mistero’ che è l’uomo. Solo dentro questo mistero il corpo trova la sua vera collocazione, il suo ruolo, la sua grandezza e dignità. La riflessione sulla malattia, l’accoglienza e la gestione della malattia – quella propria e quella altrui – esigono questo recupero del valore del corpo”.

Credo che, al di là delle credenze, l’umanità intera possa convenire rispetto al fatto di considerare l’uomo un ‘mistero’. Troppo spesso mi trovo a scontrarmi con altri terapeuti (di diverse specialità) a causa della visione frammentata che si ha del paziente. Anche le persone stesse, che si rivolgono a me per un trattamento sono decisamente spaesate. Spesso risulta insufficiente un’ora di raccolta di dati per capire veramente quale sia il problema, perché non sono abituati a raccontare di sé (o dei figli)…si ragiona a settori: vado dalla logopedista, racconto ciò che riguarda il linguaggio; vado dal cardiologo, racconto ciò che riguarda il cuore… e così contribuiamo a sentirci sempre più frammentati. È impossibile, e lo dico a gran voce, distinguere i vari ‘ambiti’, le varie ‘competenze’! Tutto nell’uomo si intreccia in un fare armonioso (se c’è equilibrio), e per poter capire il perché di una qualsiasi disfunzione, devo capire chi è l’altro, come è abituato a vivere, con chi, come passa il suo tempo libero, qual è la sua storia… Tempo fa scandalizzai una signora perché nel valutare il ritardo di linguaggio della figlia mi fermai lungamente sugli aspetti visivi. Con una buona dose di irritazione la signora mi chiese cosa c’entrasse il visivo con il linguaggio. Da genitori è certamente difficile capire cosa c’entra un aspetto in un altro…e spesso lo è anche da operatori, ma qui il punto è che il linguaggio non è una facoltà isolata dallo sviluppo motorio, affettivo, cognitivo…in alcuni momenti della vita certamente alcune ‘aree’ partecipano maggiormente, ma poi si alternano, si modellano tra loro, e scinderle diventa impossibile!

…perché questo discorso?

Il corpo è ciò che ci permette di esprimerci. Dice ancora mons. Marcianò:

“Si può affermare che l’uomo ‘è’ il suo corpo: se con questa affermazione, però, non si intende che l’essere corpo esaurisce l’essere uomo. Ma si può, in maniera diversa, affermare che l’uomo ‘ha’ il suo corpo: cioè che lo ‘possiede’; non  certo come oggetto del proprio arbitrio ma in quanto, anche su esso, l’uomo può esercitare la signoria della propria conoscenza e libertà.

Dunque, ‘riabilitare’ una persona con deglutizione deviante, o che presenta balbuzie, o che ha una disfonia (solo per citarne alcune) diventa impossibile, a mio parere, se non si parte dal corpo. Questo corpo che ci dice davvero tanto di noi, anche se non lo vogliamo: le nostre asimmetrie, la propensione verso un lato piuttosto che verso l’altro, le tensioni, la cifosi piuttosto che la scogliosi, l’appoggio plantare, il modo di camminare o di gesticolare… dicono davvero tanto di noi, e rappresenta, per un terapeuta, l’anamnesi migliore, quella più veritiera!

Come operatrice non posso operare su una funzione! Devo vedere il globale, cercare di capire perché quella ‘funzione’ si è ‘bloccata’, cosa la persona sta chiedendo al proprio corpo, e soprattutto ascoltare il suo corpo. Ascoltare cosa ha da dire, a lui, a me, per farsi aiutare! Un paziente con una disfonia importante non può, per esempio, sperare nella terapia se non rispetta i momenti in cui comincia a sentire che si sta affaticando a livello vocale! Per lui, continuare a parlare incessantemente, trascurando la sua difficoltà, significa non rispettare la propria persona, il proprio corpo. Il punto da cui partire, in quel caso, non è la respirazione, ma il recupero del valore di sé. Un sé fatto di corpo, anima, spirito. Riabilitare non è insegnare una ‘tecnica’, o meglio, non si limita a questo, ma è entrare in empatia con la persona, per permetterle di conoscersi meglio, e darle gli strumenti per camminare da sola. Riabilitare è ‘prendere in prestito’ ciò che una persona può darmi perché io possa ‘restituirglielo’ in una forma a lei più accessibile.

In un altro passaggio Mons. Marcianò parla del corpo come il ‘luogo’ unico dell’esistenza umana. Espressione profondissima, di cui spesso perdiamo la consapevolezza! Quante volte ci ritroviamo a trattare il nostro corpo come se fosse una macchina? Quante volte, anche se siamo febbricitanti, ci impasticchiamo perché ‘dobbiamo’ lavorare? E quante volte, anche se abbiamo poca voce, continuiamo ad urlare? Oppure siamo stanchi, eppure continuiamo a correre? Questi sono piccoli segnali di una scarsa attenzione ed una mancanza di rispetto di sé. Nel persistere in questi atteggiamenti lediamo alla nostra dignità, perché a lungo andare perdiamo il senso di noi, e finiamo con lo ‘strumentalizzarci’: anche se ho dolore non mi posso fermare! Infondo, la carenza è l’amore verso di sé. E se non siamo in grado di amarci, rispettarci nelle piccole difficoltà quotidiane, come possiamo pensare di farlo di fronte ad una malattia invalidante?

Dunque…piccole o grandi malattie…ha senso ‘pesare’ il malessere? Ho conosciuto persone con sclerosi multipla che Vivono e offrono servizio per la vita di altre, e persone con disfunzione tiroidea che non sanno cos’è la vita! Come si diceva nell’articolo ‘cara malattia’, tutto dipende da quanto ci facciamo ascoltatori della nostra malattia.

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Un pensiero su “Il valore del corpo

  1. Quello che mi colpisce di questo articolo sono tante cose ma in particolare due frasi: “Devo vedere il globale” e “darle gli strumenti per camminare da sola”. Il punto di vista da cui si guarda il problema e gli strumenti che abbiamo per affrontarlo sono i punti cardini di qualsiasi tipo di problema. Non conoscevo questo “scritto” di Monsignor Santo Marcianò… magari un giorno se ho tempo lo leggerò.

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