Terapista e paziente: confini

Spesso mi interrogo rispetto al mio ruolo, come terapista, chiedendomi qual è la mia area di intervento, fin dove (per il bene del paziente) devo operare, e dove devo lasciargli spazio per la crescita personale. Abbiamo già più volte ribadito il concetto che riabilitare è dare alla persona la possibilità di conoscere sé stessa, prendersi in carico ed occuparsi finalmente di sé. La domanda successiva per noi riabilitatori è: ‘fin quando sono chiamato ad occuparmi della persona?’ e ‘nel momento in cui mi accorgo che la persona può camminare da sola, ho il coraggio di lasciarla andare, oppure creo legami, vincoli di dipendenza fra me e lei?’ Questo può accadere sia nelle situazioni totalmente ‘risolvibili’, sia nelle situazioni in cui patologie degenerative o croniche, non permettono la risoluzione del problema. Noi terapeuti, tutti, a mio parere, siamo chiamati a stare vicino a queste persone, accompagnarle finché ci è concesso e finché il nostro ruolo ha un significato nella loro vita, dopodiché dobbiamo permettere che esse vadano per la loro strada, raccogliendo i frutti che abbiamo seminato insieme.

Ma cosa accade ad un terapista quando si accorge che il suo ruolo per una certa persona non è più utile, o necessario? Non è facile per noi sganciarci dalle persone a cui dedichiamo tempo e amore. Il segreto per farlo è capire che siamo davvero di passaggio nella loro vita, e che dobbiamo dare loro fiducia, senza la presunzione di sentirci indispensabili. Se noi manteniamo la nostra centratura, come individui, non corriamo il rischio di legare il paziente a noi, perché non è la sua presenza a dirci quanto valiamo, ma quello che dentro di noi sappiamo che siamo riusciti a dare. In parole semplici, se noi sappiamo che valiamo per quello che siamo, non tanto per quello che facciamo, non abbiamo più bisogno di legare gli altri a noi; l’altro non ha più il ruolo di dimostrarci che valiamo, perché lo sappiamo già per nostro conto!

Un terapeuta può instaurare una relazione sana con l’altro se ha ben chiaro il proprio percorso di vita, anche se questo non significa che non cadrà mai, anzi…cadrà e si rialzerà, a volte facendosi aiutare a sua volta da altri, altre volte riuscirà a farlo da solo. Ma l’importante è che tenga fissi gli occhi sull’obiettivo: ‘sapere chi sono e dove vado’, per guidare l’altro lungo il suo cammino.

Secondo il mio parere il terapista (ma il terapeuta in genere) deve essere in grado di:

-  Ascoltare il paziente, nella sua specificità e unicità, nel senso che ognuno è diverso, anche se presenta la stessa ‘etichetta di malattia’;

-  Cogliere le note che la persona non riesce a cogliere di sé, per aiutarla ad entrare nel profondo;

-  Prendere in considerazione la globalità della persona (corpo, emozioni, comportamenti, sentimenti, livello spirituale, livello intellettivo…);

-  Guidare il paziente verso dei chiarimenti rispetto a

  • Cosa si aspetta dal terapeuta;
  • In cosa vuole essere aiutata.

Questo perché, contrariamente a quanto la medicina classica impone, la cura (qualsiasi essa sia!) è un processo attivo non passivo! Non è dunque il farmaco che cura la persona. Difatti come potremmo spiegare che quando hanno la febbre alcune persone sono sensibili al paracetamolo ed altre no? Le persone si servono dei farmaci per curarsi; non sono i farmaci di per sé a curare! Allo stesso modo, non è il terapeuta che cura il paziente, ma è la persona che si cura attraverso il terapeuta. Ecco perché alla base di una buona riuscita di trattamento ci sono una relazione empatica tra i due e un terapeuta che non perde di vista la sua persona!

Tutto ciò con lo scopo di condurre ad una salute che non necessariamente corrisponde ad una restitutio ad integrum, cioè a quello che eravamo prima dell’evento traumatico (es. post ictus) o a quello che ci eravamo prefissati (es. soluzione totale della balbuzie), ma ad un nuovo equilibrio; a ciò che G.M.Edelman definisce ‘adattamento’, che altro non è che ‘destrutturare’ l’idea razionale che abbiamo della nostra vita per imparare a vivere QUI ed OGGI.

Quale ricchezza possediamo noi terapisti, che attraverso gli altri possiamo capire molte cose di noi, e che ogni volta, con persone diverse, possiamo avventurarci nei meandri nascosti dell’uomo!

Concludo con un’altra frase di Mons. Marcianò:

E il corpo partecipa della ‘signoria’ che l’uomo può esercitare; non solo in quanto ha capacità di agire sul mondo creato, ma anche in quanto ha la potenzialità di ‘sottomettersi’ allo spirito, di integrarsi con lo spirito dell’uomo. È l’autopossesso e l’autodominio che l’uomo può esercitare su di sé”.

Trovo molto significativa la parola ‘autopossesso’, da non intendersi come ‘presunzione’ di essere in grado di governare sé stessi, ma in quanto capacità sana e sacrosanta di prendersi cura di sé. Paziente e terapeuta, dunque non sono poi così lontani.

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