Introduzione al Disturbo Specifico di Apprendimento (DSA)

Entriamo nel vivo della logopedia e parliamo di uno dei disturbi che i nostri bambini possono incontrare fin dalla II elementare: il Disturbo Specifico di Apprendimento, o DSA.

Il DSA può riguardare la lettura (dislessia), la grafia (disgrafia), l’ortografia (disortografia) o il calcolo (discalculia), e può investire una sola area dell’apprendimento, più di una, o addirittura tutte contemporaneamente. In quest’ultimo caso di parla di disturbo ‘misto’ dell’apprendimento.

In questo articolo presenterò in linea generale il DSA, per lasciar spazio, prossimamente, ad articoli che scenderanno più specificatamente nelle varie aree compromesse.

Intanto precisiamo che esiste una differenza fra difficoltà e disturbo, dove per difficoltà si intende un ostacolo, che può essere più o meno difficile da superare, ma non impossibile. Il disturbo invece è un vero e proprio impedimento, il che significa che si può arrivare a buoni risultati, ma non a risolvere totalmente la problematica.

Come capire il limite tra difficoltà e impedimento? Questo può farlo soltanto lo specialista, ossia il logopedista, il neuropsichiatra infantile o il neuropsicologo; sebbene il logopedista non possa fare diagnosi, ma soltanto individuare e ‘quantificare’ la problematica.

La modalità con cui viene individuato il DSA (in qualsiasi area) è attraverso dei test strutturati, i cui risultati vengono confrontati con una media di riferimento, corrispondente alla prestazione che mediamente danno bambini di quella età in un dato compito richiesto. Dopo aver effettuato un semplice calcolo matematico, avremo un risultato numerico che ci dirà quanto la prestazione del bambino in oggetto dista dalla media. Se tale valore sarà tra la I e la II deviazione standard si parlerà di difficoltà; se scenderà sotto la II deviazione standard, si parlerà di disturbo.

Alcuni lettori si chiederanno perché scendere in dati così tecnici. Credo sia importante far capire a genitori, insegnanti, e perché no, ai bambini stessi, quali sono i criteri che adottiamo per valutare. Ho visto genitori sbigottiti, dopo aver capito qual era il motivo per cui il proprio figlio continuava a ‘sbagliare’ le parole con le doppie! Ed ho visto bambini che solo per il fatto di aver saputo che la propria difficoltà era legata ad un disturbo e non ad una ‘stupidità’, sono migliorati nella lettura! Ed ho visto rinascere delle insegnanti che mi confessavano di aver finalmente capito perché con quel tipo di bambino avevano provato tutte le strategie didattiche possibili, senza ottenere successo!

È importante sapere e capire, ed è fondamentale la collaborazione fra operatore, famiglia e scuola!

Parlando di DSA certamente parliamo di bambini intelligenti, che non hanno difficoltà di tipo psicologico, non sono svantaggiati dal punto di vista sociale e che non presentano lacune di insegnamento.

Ma quali sono le cause del DSA? Non si può definire qual è la causa vera e propria; sappiamo soltanto che questi bambini presentano una diversa funzionalità di alcune aree cerebrali e che spesso c’è una familiarità, ossia genitori o fratelli che presentano anch’essi un DSA.

Quali sono invece le caratteristiche dei bambini DSA? Esse vanno ben oltre le problematiche scolastiche. In genere sono bambini che presentano difficoltà nel ricordare i giorni della settimana, i mesi dell’anno, la propria data di nascita, le stagioni, le feste (Natale, Pasqua…); nel leggere l’orologio; nel gestire il tempo (prima/dopo, quanto tempo manca…); nell’organizzarsi (vestirsi, fare lo zaino, scrivere i compiti sul diario…); nel raccontare una sequenza logica (anche qualora fosse il proprio vissuto); nell’imparare la nomenclatura (elementi geografici, epoche storiche, date…); nella motricità grossolana (goffaggine) e/o fine (allacciare le scarpe o i bottoni); nel riconoscere destra e sinistra… Molti genitori si lamentano perché i propri figli tornano da scuola con la metà dei colori che avevano nell’astuccio e senza aver scritto i compiti!

Dunque… riabilitazione finalizzata alla scuola o alla vita? Il nostro lavoro, in stretta collaborazione con scuola e famiglia, deve essere mirato a creare nuove connessioni cerebrali, che permettano al bambino non solo di leggere più velocemente o imparare a muoversi sulla linea dei numeri, ma anche – e soprattutto – al miglioramento dello stile di vita, dove certamente l’autonomia è l’obiettivo più grande, assieme alla consapevolezza dei propri limiti, così come delle proprie capacità, per rendere possibile un buon livello di autostima. A livello più ‘tecnico’ potremmo dire che il lavoro va improntato sul miglioramento della capacità di autoregolarsi, di rimanere attento, di autorganizzarsi (soprattutto nello svolgimento di due o più attività contemporaneamente), di passare correttamente da un’attività all’altra senza distrarsi, di imparare a non ricadere sempre negli stessi errori…ossia il miglioramento di ciò che definiamo ‘funzioni esecutive’.

Un lavoro ben improntato su questi aspetti ci permette di ottenere buoni risultati su tutti i fronti. E, paradossalmente, spesso capita che ci serviamo della matematica o delle regole ortografiche affinché questi bambini vivano meglio! Ma in effetti la scuola dovrebbe servire non tanto ad insegnare a leggere, scrivere e fare calcoli, quanto a favorire un’efficace capacità di riflettere, di ideare nuovi progetti, di responsabilizzare verso ciò che si fà…insomma… ad introdurre i nostri figli alla vita!

Ribadisco, per concludere, come già detto in altri articoli, che per poter ottenere qualsiasi cambiamento, è necessario promuovere la motivazione. Se la relazione tra operatore e bambino è empatica, diviene essa stessa motivo di ‘cambiamento’. Ed ho scoperto, in questi anni, che mangiare insieme un buon cioccolatino, aiuta!

  Sonia Chialastri

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