Riabilitare…

Cosa vuol dire riabilitare,o rieducare? Rendere il paziente capace di fare o dire qualcosa? Oppure ‘educarlo’ a ciò che gli nuoce o a ciò che lo rende più ‘sano’? …riabilitare per me è condurre il paziente verso una profonda conoscenza e valorizzazione della propria persona e conseguentemente delle proprie abilità, nel rispetto dell’innumerevole variabilità conferita alla specie umana.Ho visto bambini migliorare le competenze scolastiche attraverso trattamenti definiti ‘sporadici’ dalla convenzione, che include come necessari per tutti i pazienti, interventi plurisettimanali; ed ho visto pazienti demotivati, tristi e depressi, rifiorire e prendere in mano la propria vita e le proprie esperienze relazionali e scolastiche, non perché siano diventati più abili dei compagni a leggere, ma perché hanno spostato l’attenzione dal DEVO FARE al SONO (…con la conseguenza, inoltre, che le competenze prima ‘deficitarie’ sono improvvisamente risalite…). Forse alcuni non hanno ancora una lettura o una grafia pienamente dentro i parametri della ‘norma’, stabiliti dalla convenzione, ma leggono e scrivono PER IL GUSTO DI LEGGERE E DI SCRIVERE.

Sono sempre più convinta, grazie alla mia esperienza lavorativa, che molti disturbi, malattie e malesseri di vario tipo, siano conseguenza di una modalità di vita che intende chiudere prepotentemente le capacità di un individuo entro etichette e parametri numerici, limitando le potenzialità che la natura conferisce a ciascuno.

Poco importa se un ‘paziente’ arriva in trattamento a 3, 10, 25 o 70 anni, o che il suo disturbo si chiami disordine fonologico, deglutizione deviante, balbuzie o demenza… quello che cattura la mia attenzione, ogni volta, è il vissuto di inadeguatezza e sofferenza che il paziente emana attraverso comportamenti verbali e non verbali. Questo è il punto nodale su cui io, da operatrice sanitaria, ritengo di dover primariamente intervenire. E se io riesco (e devo riuscire!) a promuovere nel paziente un atteggiamento di ‘autopercezione’, questo diventa la stella polare che guiderà la persona verso la ‘guarigione’; dove per guarigione non si intende necessariamente il totale ‘recupero’ delle proprie abilità, ma il benessere psico-fisico della persona, il suo stato di adeguatezza, di appartenenza al mondo sociale in cui egli è finalmente in grado di muoversi e gestirsi.

È una sorta di autocura, in cui il paziente ‘prende in carico’ sé stesso. Dunque, il merito della buona riuscita del trattamento non sarà più legato soltanto alla professionalità dell’operatore sanitario, ma anche e soprattutto all’esplosione della forza energetica che scaturisce dal sano desiderio di esprimere sé stessi, in quanto esseri ‘presenti’ a sé stessi e agli altri.

Penso alla piccola B. che quando è stata portata in terapia aveva gli occhi tristi, si sentiva ‘diversa’, e tremava quando le insegnanti pronunciavano il suo nome. Ora i suoi occhi ridono e il suo viso possiede ricche espressioni mimiche…e non solo ha riacquistato il sorriso, ma è diventata autonoma nella gestione della scuola e si definisce ‘una scheggia’.

…allo steso modo penso a quei pazienti che non hanno investito nelle proprie potenzialità, decidendo di non ‘mettersi in gioco’, e che pensando all’operatore come a colui che da solo aveva il compito di risolvere il loro problema, hanno abbandonato il trattamento, ritenendolo forse poco convenzionale, e poco ‘tecnico’. La tecnica è il sacrosanto strumento che ci consente di lavorare sul corpo, e guai se non fosse abbastanza raffinata!! È per questo che io ho scelto di mantenermi sempre aggiornata, frequentando i corsi, peraltro obbligatori per noi operatori, che ci ottengono i crediti ECM… Ma la tecnica, senza l’empatia tra operatore e paziente, che è lo strumento che consente a quest’ultimo la ripresa delle proprie risorse energetiche, non serve ad altro, secondo il mio parere, che a lavorare su una ‘macchina a gettoni’, un corpo a cui chiediamo prestazioni. Troppo spesso si dimentica che quel raffinatissimo ‘macchinario’ altro non è che l’espressione di ciò che vive dentro di lui!

E che dire delle situazioni gravi, in cui non c’è possibilità di recupero? Poiché non è possibile la guarigione, non si può riabilitare? Un operatore che accompagni il paziente nel duro percorso che porta alla morte ha fallito per non aver potuto sottrarlo al suo destino? No! Non se da operatori viviamo il nostro ruolo alla luce di chi può far sentire la persona valida anche quando per la società non lo è più, e accolta e ascoltata anche quando quello che dice non ha senso. Anche questo è riabilitare. Forse non si riesce a condurre la persona ad una piena consapevolezza di sé, perché il tipo di deficit non glielo consente, però avremmo permesso di sentirsi viva e ‘importante’ fino all’ultimo respiro.

Concludo affermando a gran voce che per poter riabilitare gli altri bisogna prima ‘riabilitare se stessi’, prendersi in carico, essere disposti a mettersi in discussione e a condurre un percorso che forse non avrà mai termine. Riabilitare (sé stessi e gli altri) è un’esperienza fantastica!

S.C.

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Un pensiero su “Riabilitare…

  1. La conoscenza di noi stessi penso debba essere alla base di qualsiasi cammino e atto di riabilitazione e rieducazione nei vari campi sociali, medici, culturali. L’altro che incontri sul tuo cammino non è oggetto ma soggetto della tua vita. Mi piace il concetto che la riabilitazione dell’altro passi prima per quella personale. Non c’è soluzione ai problemi senza conoscenza, riconoscenza e coerenza. Grazie Sonia per questo concetti forti e secondo me veri.

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