Logopedia e Relazione

Il campo della logopedia è vastissimo. È necessario scegliere alcune aree su cui specializzarsi. Tuttavia in questi dodici anni di attività ho constatato che alcune ‘patologie’ (termine che poco amo, perché ci parla molto della ‘meccanica’ e poco della ‘persona’) richiedono uno stesso tipo di approccio. Pertanto mi sono appassionata a diversi tipi di trattamenti, ritenendo che quelli foniatrici non sono né più, né meno ‘nobili’ rispetto a quelli neuropsichiatrici. Se l’individuo ha un corpo, questo sarà costituito da un cuore, un cervello, una laringe, quattro arti, e così via. Spesso noi non abbiamo neanche la percezione di tutte queste ‘componenti’, dandole per scontate..ma se si manifesta in esse una disfunzione, cosa accade a livello di percezione?!

Tutta la nostra attenzione cade improvvisamente proprio lì, e vi resta finché non si ritrova un nuovo equilibrio. Dunque una persona che presenta abbassamenti di voce che le limitano le relazioni sociali, o un’altra che è lenta a leggere, o un’altra ancora che va incontro ad una malattia degenerativa centrale, soffrono, a livelli probabilmente diversi (chi può saperlo, infondo?) ma tutti e tre ritengono il loro problema estremamente gravoso. Noi, dall’esterno, possiamo capire la diversità di entità del problema, ma il paziente, dall’interno, non vede che il proprio problema, e la sofferenza che ne consegue! Dunque, come già detto nell’articolo ‘riabilitare…’, se da operatrice, io mi pongo innanzitutto l’obiettivo di condurre il pz verso un benessere psico-fisico, devo necessariamente considerare il trattamento di una disfonia al pari di quello di una disartria, e via dicendo…

Condivido il pensiero ricorrente di molti colleghi ‘anziani’, che al saper lavorare con il bambino consegue necessariamente il saper lavorare con l’adulto. E se ci riflettiamo, non può essere che così! Da adulti, infatti, perdiamo delle capacità che nell’infanzia possedevamo e che nell’età senile si riaffacciano (ad es. l’ingenuità, la fragilità, l’emotività…). Pertanto, se siamo abituati a parlare un linguaggio semplice, chiaro, e ricco, necessario nell’interazione con i bambini, questa modalità non potrà che essere un utile approccio verso l’adulto e l’anziano, che, ricordiamoci sempre, se si affaccia presso il nostro studio è perché si trova in una situazione di disagio, difficoltà, deficit… dunque cosa può essere migliore di un’interazione  ‘autentica’?

A volte sento dire che tra operatore e paziente è necessario tenere una certa distanza. Molto si discute (e i colleghi più giovani mi chiedono spesso consiglio) sull’uso del ‘lei’ o del ‘tu’ tra genitore (o paziente) e operatore, come vincolo rispetto alla professionalità che il paziente ‘deve’ riconoscere all’operatore. Ritengo che la professionalità si renda assolutamente manifesta attraverso l’espressione delle nostre competenze e la capacità di sapersi relazionare nelle diverse circostanze! Io, in quanto individuo, ho un rispetto profondissimo di alcune persone a cui dò del ‘tu’ da sempre, e ne ho scarsissimo di altre a cui dò del ‘lei’ per facciata! Quello che dobbiamo cercare, nella nostra professione non è la facciata, la comparsa, ma ‘l’essenza’. E se io SONO e, nel caso del mio lavoro, SO FARE, non ho necessità di mantenere distanze inutili, perché il rispetto di ciò che dico è presente indipendentemente dalla distanza che instauro fra me e l’altro.

A questo punto non resta che un elenco dei disturbi di cui mi occupo: balbuzie, disfonia, deglutizione deviante, disturbo del linguaggio, disturbo dell’apprendimento, afasia, disartria, demenza.

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Un pensiero su “Logopedia e Relazione

  1. Quello che racconti è verità assoluta. Ovviamente ti conosco bene – condividiamo gran parte dei valori terreni – e comprendo, mentre leggo e interiorizzo, che esiste un livello superiore a cui noi ci ispiriamo. Questo modo sublime di intendere la vita è la ragione principale del tuo successo lavorativo (che poi diventa il successo di ogni paziente se abbandona stupide resistenze e si pone come primo obbiettivo quello di seguirti, lungo quel percorso affascinante che tu definisci, giustamente, “nuovo”). Ogni operatore sanitario dovrebbe fondere passione e competenza, come fai tu, e aiutare il paziente a trasformare la sofferenza in speranza, donandogli una “nuova” consapevolezza del suo problema, un “nuovo” modo di viverlo. Buon viaggio.

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