Vivere la scuola

La scuola è un tasto dolente per i bambini che hanno un disturbo di apprendimento. Ma cosa significa andare a scuola? Perché vi mandiamo i nostri bambini? La scuola è uno strumento, un mezzo che la nostra società utilizza per educare i bambini innanzitutto alla socializzazione, in seconda battuta alla responsabilizzazione e all’autonomia ed infine all’istruzione. Anzi, direi attraverso l’istruzione! Si, perché spesso gli insegnanti per primi, durante i GLH (Gruppo di Lavoro sull’Handicap, vedi Glossario) ribadiscono il loro ruolo: ‘dobbiamo dare l’istruzione scolastica’…ma forse a volte trascuriamo che – per quanto io ritenga il sapere come una delle cose più importanti al mondo –  noi ‘grandi’ non dobbiamo riempire delle teste vuote, ma dobbiamo permettere che queste testoline dei piccoli vengano spronate ad auto-arricchirsi.

Gli insegnanti hanno la grandiosa possibilità di veder sbocciare dei fiori! E cosa serve ai semi per poter diventare dei fiori profumati? Acqua, sole, concime. E se fa freddo, una serra. Se piove, un riparo.

L’acqua è l’insegnamento. L’insegnante guida il piccolo perché possa pian piano scoprire le sue potenzialità e arricchirsi. E se non riesce in quello che gli chiede, lo accompagna pazientemente, chiedendo aiuto a chi gli è vicino.

Il sole è il calore, è l’amorevolezza. Senza sole un fiore non può crescere, e non può sviluppare i colori! Ci sono fiori che a seconda della quantità di luce cui sono esposti sono più o meno pigmentati! L’insegnamento dovrebbe avere sempre una solida base di dolcezza. E quanti frutti otterrebbe se fosse sempre così! ..perché l’apprendere non sarebbe più un processo meccanico e forzato dalla paura di ‘non essere in grado di’, ma un processo del tutto spontaneo e creativo, essendo la natura stessa che ci porta a conoscere, a studiare e studiarci!

Il concime è la correzione. Da solo non sempre questo piccolo riesce a fare ciò che gli viene richiesto, e allora arriva la correzione. Ma attenzione: mai daremmo ad un fiore del concime troppo forte, che lo brucerebbe! Tutto deve essere calibrato sul tipo di fiore. Una correzione che scoraggia, non serve ad altro che a far indietreggiare il bambino. Un atteggiamento sarcastico (‘anche oggi non hai studiato?!’) non può che generare una distanza maggiore fra insegnante e bambino.

Spesso le donne che amano i fiori, parlano loro come se fossero persone, e ritengono che se lo fanno, crescono meglio! E allora, parliamo a questi piccoli! Parliamo con un linguaggio che possano capire! Se non ci avviciniamo loro, e manteniamo le distanze come se noi fossimo i saccenti, e loro la manovalanza..cosa otteniamo? Forse dei robot addestrati? I robot non sbocciano, non sono vivi. Sono mantenuti in vita da batterie. Finita la carica muoiono! Noi umani, invece, abbiamo il dono della vita, che è dinamismo!

…E se un bambino ha un disturbo di apprendimento, una qualsisia difficoltà di tipo emotivo o relazionale, cosa facciamo? Per il bambino è il momento della tempesta. Un fiore che deve ancora sbocciare, delicato com’è, non viene lasciato in balia della tempesta, ma viene protetto, viene messo al riparo, si cerca l’ambiente più idoneo, si sposta più volte, fino a che non vediamo che ‘risponde’ positivamente al cambiamento, e non manifesta segni di sofferenza! Ecco allora che nasce la collaborazione con la famiglia, con le figure mediche di riferimento (logopedisti, psicologi, neuropsichiatri…), fino a che riusciamo a trovare l’ambiente che permetta a quel fiore di crescere bene!

A proposito di genitore: come vivere le difficoltà scolastiche di un figlio? E prima ancora, come prevenire alcune difficoltà scolastiche di un figlio? Spesso, parlando con i bambini, mi rendo conto che molti disagi scolastici derivano da false aspettative che i genitori nutrono dei confronti dei loro piccoli, esercitando pressioni inaudite. Frasi tipiche sono: ‘se non fai i compiti non giochi alla play’ , ‘se non ottieni la media del sette non ti facciamo il regalo di fine anno’, e simili…

Ma cosa c’è dietro domande di questo genere? Il genitore cosa sta chiedendo al figlio? E perché?

Un bambino che non fa i compiti a chi reca danno: a sé stesso? Alla mamma? Alla maestra?

Sono domande difficilissime! Forse la domanda principe è: cosa teme un genitore che fa richieste di questo genere?

Le risposte potrebbero essere molteplici. In questa sede intendo dare dei flash legati più all’esperienza che ad una conoscenza reale, non essendo tra l’altro psicologa. Ma sono domande che necessariamente mi sono dovuta porre, stando a contatto troppo spesso con questo tipo di dinamiche.

Spesso il genitore vorrebbe che il figlio ottenesse il successo cui lui stesso non è riuscito ad arrivare. Oppure a volte accade il contrario: si vorrebbe che nostro figlio fosse esattamente uguale a noi, con le stesse capacità..e se non ci rispecchia, ci delude, non lo accettiamo.

Mi ritrovo spesso a dire ai genitori: ‘chi è che va a scuola, lei o il bambino?… Se il bambino non fa i compiti, va a scuola senza averli fatti!’ …ma questo è difficile da accettare, perché si teme il giudizio degli insegnanti, non tanto sul bambino, quanto su di sé, come genitori ‘che non seguono abbastanza il bambino’.

C’è da dire che delle volte capitano delle insegnanti che vorrebbero che i figli fossero seguiti ‘di più’ a casa. Forse, però, non intendono dire che le mamme devono prendersi l’esaurimento nervoso dietro ai compiti dei figli, ma che dovrebbero semplicemente aiutarli se un compito risulta troppo difficile per le sue capacità. È lecito, anzi, doveroso aiutare il piccolo in difficoltà, ma se da genitori ci sostituiamo perennemente al bambino, anticipando costantemente quello che deve fare, e dettando noi i tempi dello svolgersi delle sue attività, otteniamo una depersonalizzazione del piccolo, un’assenza di autonomia, e una demotivazione tale da allontanarlo dal piacere di sapere, che è insito nell’uomo! Questo è molto più deleterio del disturbo specifico di apprendimento, e capite bene come può essere causa di disturbi di apprendimento su base psico-emozionale!

Pertanto, noi genitori lasciamo che, pur scontrandosi con le inevitabili difficoltà, i nostri figli sperimentino le proprie capacità!!! Motiviamoli, incoraggiamoli, anche se non hanno ottenuto i risultati che ci aspettavamo, perché incoraggiamo quello che sono, non l’immagine mentale che ci siamo fatti di loro! Lasciamoli fare e disfare, proprio come da piccoli li lasciavamo montare e smontare le costruzioni. Questo li aiuta a crescere sani, perché l’importante non è né il voto a cui si arriva (infondo è un numero, delle volte neanche corrispondente alla prestazione…), né ‘quanto’ il bambino sa quando esce dalla scuola, perché avrà tutta la vita per approfondire gli studi che non ha completato con la scuola dell’obbligo…l’importante è che il bambino sappia chi è, cosa gli piace fare, quali sono le ambizioni per il futuro, sappia accettare le sconfitte come le vittorie (perché se ne ritroverà nella vita…). Questo tipo di crescita dei nostri bambini aiuterebbe la società a diventare certamente più sana, e a rivolgersi sempre meno a logopedisti, psicologi e neuropsichiatri!

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4 pensieri su “Vivere la scuola

  1. Questa è la lezione + importante e + utile che mi sia stata data da 3 anni a questa parte…molto difficile da mettere in pratica , davvero molto. Ma a piccoli passi e con tanta pazienza , questo è davvero l’unico modo x ritrovare la serenità, nostra e dei nostri bimbi ! Inoltre, come x incanto, arrivano anche risultati scolastici migliori. Dal momento che le relazioni con la scuola sono spesso davvero difficili, dobbiamo evitare di essere maestri severi a casa, e tornare ad essere genitori sorridenti e complici…funziona !

    • ..Forse dovevo specificare che mi riferisco a bambini con difficoltà da DSA , come il mio…
      La disciplina e la severità con questi bambini non serve a molto, alleggerire i loro impegni e gratificarli + spesso dà buoni risultati, tutto qui !

  2. Grazie Sonia per questo articolo. Non so se è fuori tema ma volevo fare delle riflessioni personale.

    Io penso che ci sia bisogno di un equilibrio tra la complicità e la severità. Dipende dal bambino, non esiste una formula esatta. Io sono padre di una bambina di 9 anni e mezzo e di una di 5 e ho un comportamento diverso per entrambe. La prima va molto bene a scuola ma i compiti vengono prima di tutto, la lascio fare e la aiuto se ha problemi ma lasciandola anche sbagliare perché è giusto che sia l’insegnante che corregga e non noi. La seconda sta all’ultimo anno di asilo ma già intravedo che avrà difficoltà dal punto di vista della scolarizzazione…. vedremo.

    “Prima il dovere e poi il piacere”, me lo dicevano i miei e devo dire che sono sempre stato convinto di questo insegnamento… poi con il tempo il dovere diventa anche piacere… però lo ripeto dipende dal bambino… e mia figlia porta avanti tutte le attività extra scolastiche (gioco, amicizie, sport) perché con il tempo ha trovato un equilibrio e ci vuole un giusto mix senza scordare però che la priorità va all’educazione che forma persone con un cultura tale da pensare con la propria testa.

    Quello che sto sperimentando, da quando la più grande ha iniziato la scuola primaria, è che c’è bisogno di un alleanza scuola – famiglia, l’una senza l’altra non può portare a frutti importanti. Io non voglio ergermi a genitore modello, ci mancherebbe, ma sicuramente faccio di tutto per avere un atteggiamento costruttivo, coerente e di esempio verso i miei figli:
    - Se una maestra mi dice che serve io mio aiuto non mi tiro indietro.
    - Se una maestra mi dice che mia figlia è distratta faccio in modo di correggere paternamente questo atteggiamento:

    Io e mia moglie stiamo insieme a nostra figlia quando fa i compiti e chiediamo sempre cosa ha fatto, cosa è successo durante la giornata scolastica. Devo dire che lavorando tutto il giorno, è mia moglie che si occupa dell’aspetto educativo e per quello scolastico ci dividiamo i compiti senza nessun tipo di programmazione così come viene. Io in particolare mi occupo delle materie orali e cerco di far capire i concetti e non semplici frasi da imparare a memoria.

    I figli non vanno messi in scuola e poi lasciati soli. La scuola non è solo un luogo dove lasciare i figli per otto ore e rifiatare. La scuola ha bisogno di genitori responsabili e se la scuola non è più come una volta forse non è solo un problema di riforme o governi, ma un problema di una famiglia che non è più quella di una volta: la presenza è importante..

    sicuramente ho fatto un commento lungo e fuori luogo, ma appena ho letto l’articolo ho pensato a come io ho vissuto la scuola ed il tipo di supporto che sto dando alle mie figlie. Alla prossima

  3. Ciao Sonia.. Innanzitutto benvenuta sul web..
    Il tuo blog è molto interessante e sicuramente sarà utile a tanti genitori, me compresa.
    Ho sempre pensato che fare il genitore è un mestiere molto difficile e questo post non fa che confermarlo..
    Io credo molto nel rendere un figlio completamente indipendente dal genitore e quindi lasciarlo libero di sbagliare, in modo da capire da solo come correggere il comportamento. E sinceramente trovo molto sbagliato aiutare troppo i figli nel fare i compiti.. Però, prendendo in esame il tuo esempio, se si lascia il figlio andare a scuola senza aver fatto i compiti, e se l’insegnante non se ne preoccupa poi troppo.. beh, non si rischia da parte del figlio un comportamento lascivo.. Cioè, “tanto l’insegnante non mi dice niente, allora non li faccio neanche domani…” ??
    Grazie mille Sonia!!

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